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La diagnosi precoce

Per l’ideale individuazione delle ipoacusie neonatali sarebbe ovviamente necessario condurre l’indagine sull’intera popolazione neonata, ma questo avviene solo nei presidi ospedalieri provvisti di personale adeguato (tecnico audiometrista) e di idonee apparecchiature che permettono di effettuare indagini diagnostiche, quali:

Otoemissioni acustiche: consistono nel rilevare la risposta ad un suono da parte delle cellule ciliate presenti nella coclea, che vengono stimolate tramite un impulso sonoro emesso da una particolare sonda a livello dell’orecchio esterno.

Generalmente negli ospedali non dotati di questi strumenti, le indagini si limitano ai neonati così detti “ad alto rischio audiologico”. Tra questa tipologia di indagini si possono riportare:

L’ABR(Auditory Brainstem Response): “potenziali uditivi evocati del tronco encefalico”, è una metodologia di indagine che permette di studiare la via uditiva dalla coclea fino ai centri uditivi del tronco encefalico.

L’EcochG(elettrococleografia):consiste nel rilevare i potenziali uditivi della coclea e del nervo acustico.

Queste tecniche diagnostiche sono tutte metodiche oggettive, che possono svelare deficit uditivi già da pochi giorni dopo la nascita, qualora NON coesistano condizioni in grado di rallentare il normale processo maturativo cerebrale.

Qualora il genitore, un educatore o qualsiasi altra persona che si occupa del bambino, nei primi anni di vita, sospettasse la presenza di una limitazione dell’udito, sarebbe opportuno consultare uno specialista (audiologo/ORL) per far eventualmente sottoporre il bambino alle indagini sopra citate.

 

Famiglia. Il primo impatto con il deficit della sordità: le
possibili reazioni dei genitori e il rapporto con gli
specialisti.
(fonte:www.cdila.it)